Il pivot asiatico di Obama eroso dalla logica del disimpegno
Barack Obama ha lasciato il Giappone senza l’accordo di libero scambio che sperava di siglare per dare un po’ di sostanza al “pivot” asiatico a cui l’Amministrazione lavora da anni e che fatica a tradursi in risultati sonanti. I consiglieri della Casa Bianca insistono che la tappa giapponese ha tracciato il sentiero verso l’accordo, citano le resistenze interne dei produttori giapponesi – alle quali Washington può opporre ben poco – e promettono che il grande riorientamento dello sguardo americano verso il quadrante del Pacifico non farà la fine del processo di pace fra israeliani e palestinesi o, anche peggio, dell’illusorio percorso di “reset” con la Russia. Leggi anche Perché se Obama riprende l’iniziativa in Siria aiuta l’Ucraina
24 AGO 20

Barack Obama ha lasciato il Giappone senza l’accordo di libero scambio che sperava di siglare per dare un po’ di sostanza al “pivot” asiatico a cui l’Amministrazione lavora da anni e che fatica a tradursi in risultati sonanti. I consiglieri della Casa Bianca insistono che la tappa giapponese ha tracciato il sentiero verso l’accordo, citano le resistenze interne dei produttori giapponesi – alle quali Washington può opporre ben poco – e promettono che il grande riorientamento dello sguardo americano verso il quadrante del Pacifico non farà la fine del processo di pace fra israeliani e palestinesi o, anche peggio, dell’illusorio percorso di “reset” con la Russia. Al momento, però, sono le parole del ministro giapponese dell’economia, Akira Amari, a fare fede: “Non possiamo dire che c’è un accordo di massima”. Obama minimizza la sconfitta, riduce tutto alla somma di fattori sfavorevoli nelle rispettive politiche domestiche (“Shinzo deve misurarsi sulla sua politica, io con la mia”, ha detto, chiamando il primo ministro Abe per nome) e parte per la Corea del sud, paese con cui l’America ha già un accordo di libero scambio. A Seul il primo punto dell’agenda è piuttosto lo stato dell’alleanza militare per contrastare le provocazioni di Pyongyang.
Le difficoltà di Obama nel portare a casa risultati specifici dalla trasferta asiatica sono sintomi di un malanno più generale della politica estera del presidente, che prometteva di bilanciare il disimpegno dal medio oriente con una nuova leadership nel sud-est asiatico per inaugurare il “secolo dell’America Pacifica”, come aveva scritto nel 2011 l’allora segretario di stato, Hillary Clinton, in un articolo sulla rivista Foreign Policy. Dispiegamenti militari a parte, il fulcro dell’operazione dovrebbe essere il grande accordo commerciale del Pacifico (Tpp) fra dodici paesi, “una piattaforma per una più ampia partnership regionale che diventerà infine un’area di libero scambio asiatica”, scriveva sempre Clinton.
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La trasferta asiatica di Obama testimonia che il famoso “pivot” è idea ambiziosa e tuttavia impalpabile, a partire proprio dalla sponda del commercio. La Cina, primo partner commerciale degli Stati Uniti, non rientra nei dialoghi del Tpp, e si fatica a trovare un singolo attore coinvolto nella trattativa che esibisca una certa decisione nel portare avanti i dialoghi. Perfino il Senato a maggioranza democratica s’è messo di traverso, negando al presidente la “corsia preferenziale” che gli avrebbe concesso più ampia libertà di manovra. Le tensioni militari, poi, complicano ulteriormente l’affare. Tutti i paesi che Obama tocca in questo tour (Giappone, Corea, Malesia, Filippine) sono impegnati in perniciose dispute territoriali con Pechino. Nei prossimi giorni il presidente potrebbe annunciare un nuovo accordo militare con le Filippine che “è il simbolo della paura che i cinesi hanno infuso nella regione”, come ha spiegato l’ex analista del dipartimento di stato Ely Ratner. Alcune settimane fa l’ammiraglio Harry Harris, capo della flotta americana nel Pacifico, ha detto di essere “preoccupato dalla crescita dell’esercito cinese, dalla mancanza di trasparenza e da un panorama strategico che si è complicato”. L’ex funzionario del dipartimento di stato Kurt Campbell ha esplicitato ancora di più il concetto: “Le relazioni nell’area sono passate da generalmente positive a estremamente complicate”. Difficile, in queste condizioni, mettere in pratica il “pivot” che dovrebbe giustificare il disimpegno americano altrove. Se poi a ogni conferenza stampa Obama deve rispondere a domande sull’Ucraina o sulla Siria, deve assentarsi per conference call d’emergenza con i colleghi europei e non porta a casa nemmeno un accordo commerciale con Tokyo, ecco che il sogno di un secolo americano rivolto al Pacifico d’improvviso sbiadisce.
Le difficoltà di Obama nel portare a casa risultati specifici dalla trasferta asiatica sono sintomi di un malanno più generale della politica estera del presidente, che prometteva di bilanciare il disimpegno dal medio oriente con una nuova leadership nel sud-est asiatico per inaugurare il “secolo dell’America Pacifica”, come aveva scritto nel 2011 l’allora segretario di stato, Hillary Clinton, in un articolo sulla rivista Foreign Policy. Dispiegamenti militari a parte, il fulcro dell’operazione dovrebbe essere il grande accordo commerciale del Pacifico (Tpp) fra dodici paesi, “una piattaforma per una più ampia partnership regionale che diventerà infine un’area di libero scambio asiatica”, scriveva sempre Clinton.
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La trasferta asiatica di Obama testimonia che il famoso “pivot” è idea ambiziosa e tuttavia impalpabile, a partire proprio dalla sponda del commercio. La Cina, primo partner commerciale degli Stati Uniti, non rientra nei dialoghi del Tpp, e si fatica a trovare un singolo attore coinvolto nella trattativa che esibisca una certa decisione nel portare avanti i dialoghi. Perfino il Senato a maggioranza democratica s’è messo di traverso, negando al presidente la “corsia preferenziale” che gli avrebbe concesso più ampia libertà di manovra. Le tensioni militari, poi, complicano ulteriormente l’affare. Tutti i paesi che Obama tocca in questo tour (Giappone, Corea, Malesia, Filippine) sono impegnati in perniciose dispute territoriali con Pechino. Nei prossimi giorni il presidente potrebbe annunciare un nuovo accordo militare con le Filippine che “è il simbolo della paura che i cinesi hanno infuso nella regione”, come ha spiegato l’ex analista del dipartimento di stato Ely Ratner. Alcune settimane fa l’ammiraglio Harry Harris, capo della flotta americana nel Pacifico, ha detto di essere “preoccupato dalla crescita dell’esercito cinese, dalla mancanza di trasparenza e da un panorama strategico che si è complicato”. L’ex funzionario del dipartimento di stato Kurt Campbell ha esplicitato ancora di più il concetto: “Le relazioni nell’area sono passate da generalmente positive a estremamente complicate”. Difficile, in queste condizioni, mettere in pratica il “pivot” che dovrebbe giustificare il disimpegno americano altrove. Se poi a ogni conferenza stampa Obama deve rispondere a domande sull’Ucraina o sulla Siria, deve assentarsi per conference call d’emergenza con i colleghi europei e non porta a casa nemmeno un accordo commerciale con Tokyo, ecco che il sogno di un secolo americano rivolto al Pacifico d’improvviso sbiadisce.